A.W. McCoy, Una questione di tortura E-mail
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Scritto da Antonio Albanese   

«Io devo, in quanto analista della politica americana, iniziare con una domanda aperta, chiedendo se possano esserci, in momenti disperati, delle circostanze per le quali la tortura sia efficace, perfino giustificabile.

 In breve, questo è un libro sulla politica, non uno studio della morale, ed è prevalentemente scritto sotto una prospettiva pragmatica, che esamina la storia occulta della tortura all'interno della comunità dell'intelligence degli Stati Uniti durante l'ultimo mezzo secolo». A questa domanda, terribile e potente, risponde ogni pagina del libro di Alfred W. McCoy, Una questione di tortura. McCoy è professore di storia all'università del Wisconsin ed è uno dei maggiori esperti della storia (segreta per lo più) della Central intelligence agency. 

Uno Stato sovrano, legale e di diritto è giustificato nell'uso della tortura per salvare la vita dei suoi cittadini? È giustificato se così facendo fa del male ad una persona per salvarne mille? Non è facile dare una risposta categorica e assoluta, ne lo fa McCoy che argomenta la sua pluriennale ricerca in ogni pagina del suo ponderoso ma interessantissimo testo.

Per tutti noi la tortura è quella medioevale: braci ardenti, ferri roventi, macchine dalla forma più strana che servono per incutere terrore e panico nella vittima e farla confessare, anche l'inconfessabile; una immagine ferma al Malleus maleficarum dei padri domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer. Questa, come ci dice l'autore stesso, è un forma iniziale di tortura, il dolore fisico è temporaneo, per sua natura; se la Cia ha usato certi strumenti fisici, dal 1950 in poi il suo impegno si caratterizzò nella tortura «attraverso un intenso impegno sul controllo mentale, con guerra psicologica e ricerche segrete sulla coscienza umana ... era la prima vera rivoluzione nella crudele scienza del dolore. Il paradigma psicologico della Cia univa due nuovi metodi, il "disorientamento sensoriale" e il "dolore auto-inflitto", la cui combinazione fa sentire responsabili le vittime delle lo sofferenze e rende più facile arrendersi ai torturatori». Quanti hanno visto le foto dei prigionieri di Guantanamo Bay hanno le chiavi, così, per leggere al meglio quelle foto: uomini bendati, con le braccia bloccate dietro la schiena in posizione innaturale, cuffie stereo alle orecchie stanno subendo una parte del trattamento che dovrebbe ammorbidirli per poi essere più collaborativi con chi gestisce gli interrogatori. 

Le foto di prigionieri di Abu Ghraib rientrano in questo stesso schema «Quella famigerata foto di un iracheno incappucciato sopra una cassa, le braccia stese sotto i fili elettrici sulle mani, svela perfettamente questo metodo occulto. Il cappuccio fa parte della deprivazione sensoriale e le braccia estese servono ad autoinfliggere il dolore».

Una simile tortura produce effetti devastanti a livello psicologico, perduranti negli anni e soprattutto invisibili. Neanche i torturatori sono immuni da conseguenze: l'espansione dell'ego seguita al disporre letteralmente di un altro essere umano «porta ad un accrescimento della ferocia e a disturbi emotivi permanenti» dal 1963 gli Usa hanno avuto i loro maestri di tortura psicologica, in quell'anno infatti pubblicarono, nella loro precisione manualistica, il vademecum dell'interrogatore: il Kubark Counter-intelligence.  Questo manuale fu il  primo di una lunga serie che passa per «il libro di addestramento del 1983 compilato dalla Cia per l'Honduras, fino alle disposizioni del generale Ricardo Sanchez del 2003 riguardo gli interrogatori in Iraq». McCoy denuncia anche la cecità degli americani che fino allo scandalo di Abu Ghraib sembrava avvolgere in una nebbia finissima l'interà opinione pubblica a stelle e strisce. 

Si tratta di un libro interessante e affascinante, così come lo possono essere «le seduzioni del male» di biblica memoria.

Da questo libro è stato tratto anche il documentario premio Oscar 2008, Taxi to the dark side.

In conclusione è un testo che resta sullo stomaco e che, come avverte l'autore «solleva profonde questioni morali sulla qualità della giustizia in America, il carattere della sua civiltà, e la legittimità del suo primato globale».

Antonio Albanese

 Alfred W. McCoy, Una questione di tortura, Edizioni Socrates, pag. 344, euro 16