Ubaldo Giuliani-Balestrino, Il segreto di Waterloo E-mail
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Scritto da Antonio Albanese   

Recensione di Giano Accame. In un rifiorire di interessi per gli studi strategici, che va dai militari (Carlo Jean, Fabio Mini) agli economisti (Giulio Tremonti si è lasciato tentare da un testo fantascientifico con il generale Jean) ai sociologi (esemplare è di Salvatore Santangelo, Le lance spezzate.

L’Arte della guerra nel XXI secolo, con la prefazione di Piero Visani) dobbiamo ora includere questo studio su Waterloo di un fine giurista, Ubaldo Giuliani Balestrino, ordinario di diritto penale commerciale all’Università di Torino. Giuliani è stato a sua volta l’allievo di un altro grande giurista, Salvatore Satta, come lui tanto drammaticamente aperto alle passioni civili da teorizzare La morte della patria nella disperazione dell’8 settembre 1943. Critico del capitalismo, Giuliani ha osservato in un saggio su Il crollo dell’Europa. Storia psicologica del ‘900 (Rubettino 2005): «Se tanti e così tenaci e così grandi sono stati i tentativi di uscire dalla civiltà capitalistica, non vi sarà - all’interno di questa civiltà - un vizio occulto? Non vi è per caso nel mondo attuale un eccesso d’individualismo e una compressione dell’esigenza comunitaria?».

Il processo avviato da Giuliani inizia nel ’700, quando viene erosa l’unità  tra popolo e aristocrazia, e segna la prima pesante sconfitta del progressismo (e la vittoria del mercatismo britannico) ai margini di Bruxelles il 18 giugno 1819 a Waterloo. Per quasi un trentennio si spezza da quel giorno l’alleanza liberaldemocratica: sino alle rivoluzioni nazional-liberali del 1848 gli orrori democratici della Rivoluzione francese verranno deprecati dal pensiero liberalcapitalista con toni non meno severi rispetto a quelli con cui un secolo dopo verrà condannato il nazismo. Ma qui ad assumere il ruolo centrale della vicenda è la storia di una battaglia che non c’è stata.

Stranissimo. Sintetico. Paradossale. Ricaviamo il senso di questo libro (caratterizzato da un’eccezionale qualità di scrittura) da una delle pochissime frasi che oltrepassino  le quattro righe per suggerirci il nome della battaglia: «Il risultato fu che la più importante battaglia del secolo XIX prese il nome da un villaggio ove non si era combattuto, ove non era avvenuto alcun fatto d’armi, in cui non era stato sparato alcun colpo di moschetto, in cui i francesi non erano mai penetrati. Tutto ciò che era accaduto a Waterloo era che Wellington vi aveva alloggiato e dormito due notti: una la notte precedente e l’altra la notte successiva alla battaglia».

Interessante, per una storia del costume militare britannico, è il disprezzo usato da Wellington - il Duca del Mare - per definire le truppe di terra ai suoi ordini. Riferisce l’autore sommando il proprio snobismo a quello degli inglesi: «Secondo Wellington, l’esercito inglese era “la schiuma della terra”. L’alto numero di delitti commessi dai suoi soldati non si spiegava - secondo il Duca del Mare - “se non con il fatto che abbiamo molti uomini che hanno abbandonato le loro famiglie a fare la fame, per la tentazione di poche sterline con cui ubriacarsi”; e ancora “alcuni dei nostri uomini si arruolano perché hanno messo incinta la ragazza, altri perché sono ricercati, molti di più per la smania di ubriacarsi”».

Nella conclusione filosofica il geniale amico Ubaldo si richiama a modelli romani e/o cartaginesi. Per i modi con cui era stata impostata, nessuno, né Napoleone né Wellington, aveva immaginato di vincere quella battaglia, destinata soltanto al reciproco dissanguamento. Ma alla fine uno finì per rivelarsi più debole e lo fu l’esaltazione politica: «In sostanza a Waterloo si scontrarono il genio e il buon senso. Napoleone - in questo tanto simile ad Annibale - fu il genio: Wellington, in questo tanto simile a Quinto Fabio Massimo, fu invece il buon senso. [...] Forse vi è una morale che sgorga dalla battaglia di Waterloo, come dal fatto che Quinto Fabio Massimo impedì ad Annibale di trionfare: l’uomo di genio  è immensamente superiore al semplice uomo di buon senso. Ma l’uomo di buon senso è invincibile quando riconosce i propri limiti».

 

Ubaldo Giuliani-Balestrino, Il segreto di Waterloo, Il Filo - pp. 127 - 14 euro